FOIBE - Trieste ed i 40 giorni dell'occupazione titina
Le Foibe, un incubo - di Paolo Sardos Albertini
1 maggio 1945: Trieste è pronta a festeggiare la fine di una guerra, lunga e dolorosa. Il giorno precedente i Volontari della Libertà, gli uomini del C.L.N. guidati da don Marzari, hanno preso il controllo della città, sottraendolo alle truppe tedesche ( e la mediazione del Vescovo mons. Santin è riuscita anche a salvare il porto e le altre strutture della città).
La guerra è dunque finita ed i Triestini si accingono a festeggiare la pace, come ormai si fa in tutt’Italia ed in tanta parte d’Europa. Ma la realtà che scoprono, quella mattina del 1 maggio, è tutt’altra. I nuovi arrivati, le truppe comuniste jugoslave del maresciallo Tito, non sono portatori di pace, sono oppressori quanto e più delle truppe naziste che se ne sono appena andate e che per due lunghissimi anni avevano governato la città.
Le truppe titine iniziano subito con il dare la caccia proprio agli uomini del C.L.N. e assieme a loro a migliaia e migliaia di triestini, alcuni caratterizzati politicamente (sia perché fascisti o comunque esponenti di movimenti politici, anche se antifascisti), altri, tantissimi altri senza nessuna apparente ragione di ordine politico, con un meccanismo perverso di pura casualità (in un certo numero di casi sono vicende e rancori personali a sostituirsi alla casualità).
Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno. Buona parte di costoro finisce in quelle nere cavità carsiche che portano il nome di “foibe”. Il rituale è ben definito: vengono legati a due a due, portati sull’orlo della voragine e poi ad uno dei due viene sparato un colpo alla nuca affinché, cadendo, si trascini anche l’altro nella voragine.
Un rituale tragico e barbarico (prevedeva anche il lancio finale, nella foiba, di un cane nero sgozzato) con il quale sono stati trucidate migliaia e migliaia di esseri umani: il tutto a guerra finita! Nella Foiba di Basovizza - il Pozzo della Miniera che costituisce un po’ il simbolo di tutte le foibe – gli infoibati si è dovuti quantificarli con il più arido e crudele dei sistemi: cinquecento metri cubi di poveri resti umani.
Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel 12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città. Una tragedia che ha segnato tante e tante famiglie triestine e che ha determinato un vero e proprio trauma psichico in tutta la città. Per anni si è vissuti in una sorta di incubo, nel quale incalzava, ossessiva, una domanda: e se tornano i Titini e riprende la tragedia delle Foibe?
Sarà solo dopo il 26 ottobre 1954, con il ritorno di Trieste all’Italia, che tale incubo inizierà a svanire.
La Foibe, se hanno costituito incubo per i Triestini, hanno parimenti rappresentato un raffinato ed efficace strumento di terrore per gli Istriani. Perché proprio la vicenda drammatica degli infoibamenti ha avuto un ruolo sicuramente determinante nel creare in Istria quell’atmosfera di paura, di terrore che ha convinto in trecento e cinquanta mila a lasciare case , paesi, cimiteri per sfuggire, in Italia, al regime liberticida ed assassino del comunismo jugoslavo. Perché tutti erano ben consapevoli che, a restare, bastava il fatto di non essere comunisti per rischiare di finire come gli infoibati
PAOLO SARDOS ALBERTINI
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L'occupazione jugoslava di Trieste
(di Riccardo Basile)
Siamo a fine aprile del 1945. Il 28, a Dongo, MUSSOLINI è ucciso dai partigiani. Anche nell'estremo nord d'Italia, tacciono le armi. Ovunque la Pace s'avvicina e con essa la gioia per la ritrovata Libertà! Il Gen. Heinrich von Vietinghoff, Comandante supremo delle forze germaniche in Italia, accetta la resa imposta dal Gen. Harold Alexander, Comandante nello scacchiere mediterraneo delle Truppe Alleate. Trieste sta vivendo una vigilia densa di trepide attese.
All'alba del 30 aprile 1945 imbraccia le armi contro i Tedeschi: questi ormai sono retro-guardie, pur combattive e non disposte a cedere. Il grosso delle Truppe della Wermacht e della Kriegsmarine, è già sulla via del ritorno. L'insurrezione è capeggiata dal Col. Antonio Fonda Savio e da un religioso, D. Edoardo Marzari. Tra le migliaia d'insorti troviamo i rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani e molti Militari dei Carabinieri, della Guardie di Finanza, e della Guardia Civica. Fra loro non ci sono comunisti: costoro, in obbedienza ad una direttiva di Togliatti, da tempo staccatisi dal "Comitato di Liberazione Nazionale", agiscono inseriti nel CEAIS (Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno), operante a favore dell'OF "Osvobodilna Fronta", "Fronte di Liberazione Sloveno".
Dopo sanguinosi scontri a fuoco, nei quali lo sfortunato Colonnello perde lultimo figlio (gli altri due erano caduti sul fronte russo), i "Volontari della Libertà", a sera, hanno il controllo di buona parte della città, issano il Tricolore sul palazzo comunale e sulla Prefettura. I Tedeschi rifiutano di arrendersi per consegnarsi agli Alleati.
Il 1° maggio, fra lo stupore, che poi diviene costernazione, i "liberatori" che arrivano in città sono i partigiani jugoslavi. Fin dai primi contatti si avverte che questi non sono migliori dei Tedeschi!
Disconoscono i "Volontari della Libertà" e, costringono i partigiani del CLN a rientrare nella clandestinità. Invano i nostri Patrioti cercano punti d'incontro. Per la parola "Italia", per la Bandiera nazionale e per la Libertà "vera" ci sono soltanto porte chiuse. Per contro "stelle rosse", bandiere rosse con falce e martello e Tricolore con stella rossa al centro vengono imposti ovunque.
Le milizie Jugoslave, (IX Corpus Sloveno e IV Armata del Gen. Petar DRAPSIN), giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo americani nella "liberazione" della Venezia Giulia, non contengono nessuna unità partigiana italiana inserita nell'Esercito jugoslavo (formazioni garibaldine "Natisone", "Trieste" "Fontanot"), mandate a operare altrove.
E gli "Alleati"? Giungono a Trieste il giorno seguente, il 2 maggio con la 2A Divisione neozelandese comandata dal Gen. Bernard Freyberg; i "kiwi", avendo trovato il centro urbano occupato, si sistemano alla meno peggio.
Gli Slavi assumono i pieni poteri. Affidano il comando al Gen. Josip Cemi, sostituito, dopo pochi giorni, dal Gen. Dusan Kveder. Nominano un Commissario Politico, Franc Stoka, comunista filo slavo. Emanano ordinanze sconcertanti per la illiberalità. Impongono, a guerra finita!, un lungo coprifuoco (dalle 15 alle 10!). Limitano la circolazione dei veicoli. Dispongono il passaggio all'ora legale per uniformare la Città al "resto della Jugoslavia"! Fanno uno smaccato uso dello slogan "Smrt Fazismu - Svoboda Narodu", "Morte al Fascismo - Libertà ai popoli", per giustificare la licenza di uccidere chi si suppone possa opporsi alle mire annessionistiche di Tito. Danno carta bianca alla polizia politica, l'OZNA, le cui modalità d'azione superano quelle della Gestapo.
Prelevano dalle case i cittadini, in media cento al giorno!, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti Combattenti della Guerra di Liberazione: ciò perché agli occupatori sta a cuore dimostrare di essere solo loro i liberatori del capoluogo giuliano!
L'otto maggio proclamano Trieste "città autonoma" nella "Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia", con le altre sei: Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, e Macedonia. Sugli edifici pubblici fanno sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore profanato dalla stella rossa. L'unico quotidiano è "Il nostro Avvenire", schierato in funzione anti italiana. La "Guardia del Popolo", detta pure "Difesa Popolare", è uno strumento per incidere nel tessuto cittadino e rimuovere i non marxisti.
E gli Alleati? Si limitano a osservare e riferire ai loro Comandi. In città vige il tenore, si scopre presto dove vanno a finire i prelevati. Nelle foibe! O nei campi di concentramento, come quello di Borovnica, anticamera della morte. Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d'ogni genere, ruberie, terrorizzano ed esasperano i Triestini che invano richiedono l'aiuto del Comando Alleato.
Le espressioni di Monsignore Antonio Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria e dello scrittore Silvio Benco, descrivono l'atmosfera che si respirava in città.
Così Mons. Santin ("Al tramonto", 1978): "Vivissimo era l'allarme e lo spavento invadeva tutti.. .In città dominava la violenza contro tutto ciò che era italiano. Tutti i giorni dimostrazioni di Sloveni convogliati in città, bandiere jugoslave e rosse imposte alle finestre. Centinaia e centinaia d'inermi cittadini, Guardie di Finanza e Funzionari civili, prelevati solo perché Italiani, furono precipitati nelle foibe di Basovizza e Opicina. Legati con filo spinato, venivano collocati sull'orlo della foiba e poi uccisi con scariche di mitragliatrice e precipitati nel fondo. Vi fu qualcuno che, colpito, cadde sui corpi giacenti sul fondo e poi, ripresi i sensi per la frescura dell'ambiente, riuscì lentamente di notte ad arrampicarsi aggrappandosi alle sporgenze e ad uscirne. Uno di questi venne a Trieste da me e mi narrò questa sua tragica avventura".
Così lo scrittore Benco ("Contemplazione del disordine", 1946): "Su tutto il mondo rideva in quei giorni la Pace; a Trieste regnavano terrore e dolore. Ascoltavamo alla radio il giubilo di tanti popoli, il clamore esultante delle città liberate (...); su noi incombeva l'avvilimento dei beffati dal destino.
Tutto quello che la città aveva amato era atterrato, rinnegato, soppresso, coperto da miriadi di cartellini stranieri come da una coltre funebre; si foracchiava di proiettili il Tricolore della Nazione, si lordavano i monumenti, si bivaccava sullo zoccolo della statua di Giuseppe VERDI (...). Mai aveva Trieste sofferto così crudele deformazione del suo volto ed inversione dei suoi sentimenti.
Nè potevano gli Italiani credersi sicuri della vita: ogni notte, dalle case perquisite, ne erano portati via con gli autocarri alcuni che non tornavano più. Ogni giorno a migliaia fuggivano verso l'Isonzo, anche a piedi, i cittadini d'altre province d'Italia (delle altre città giuliane occupate dagli Slavi. Nota dell'autore) ; e quando un'immensa folla, quasi sprigionandosi da quella angoscia, s'accalcò sulle vie al grido "Italia! Italia!" si scaricarono su di essa le mitragliatrici (cinque Caduti in Via Imbriani. Nota dell'autore).
Pareva che la stessa parola Italia dovesse essere morta. Nel vasto mondo intanto s'inneggiava alla pace, anzi alla pace della giustizia, alla pace della Libertà".
Finalmente gli Angloamericani bisognosi di dispone del porto di Trieste per le linee di comunicazione verso l'Europa centrale, constatato che Tito si rivelava ogni giorno di più inaffidabile e simile ad Hitler, intimano alle truppe slave di ritirarsi aldilà della "Linea Morgan" (dal nome del Capo di Stato Maggiore del Gen. Harold Alexander che per primo l'aveva indicata).
Fanno affluire due Divisioni, ed alcune unità navali da combattimento. Il 9 giugno a Belgrado, il Leader iugoslavo, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, fa arretrare le sue truppe, sottoscrivendo, con il suo Capo di Stato Maggiore, Gen. Arso Jovanovich, l'accordo proposto dagli Angloamericani.
"Finalmente se ne vanno", è il gioioso commento urlato dalla cittadinanza! Ma quell'accordo costituirà anche lo sciagurato prodromo della definitiva perdita dell'Istria Italiana...
Prima d'andar via prendono tutto ciò che riescono a caricare sui loro mezzi. Ripuliscono la Banca d'Italia, prelevando 183.000.000 di vecchie lire. Il 12 giugno del 1945 l'evacuazione ha termine. In città restano gli irriducibili, i sostenitori, che proseguiranno la lotta, non disdegnando il ricorso alla pratica delle foibe.
E oggi? I comunisti non hanno cambiato la loro fede. Sul Carso Triestino (a Monrupino), non èmai stata rimossa la tabella che ricorda il luogo da cui partì il "glorioso IX Corpus sloveno" per "liberare" la Città. Una scuola media resta intitolata al "1° maggio", il giorno della "liberazione" del capoluogo giuliano...
Riccardo Basile
tratto da
"Guardia d'Onore" nov-dic 2004
http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it
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Sent: Wednesday, February 10, 2010 10:39 PM
Subject: [Shalom_Israele] Oggi la giornata del Ricordo degli Italiani Giuliano Dalmati perseguitati.
Il Ricordo.
Oggi è il “Giorno del Ricordo”.
In Italia ogni 10 di febbraio si ricordano le vittime delle Foibe e anche il terribile esodo giuliano-dalmata.
Tutti gli anni, quando si celebra questo tragico avvenimento, qualcuno esce allo scoperto per ridimensionare la portata di quella che resta una delle più orribili mattanze del secolo scorso.
Questi "revisionisti al contrario" ogni volta propongono le solite argomentazioni.
Alcuni contestano i numeri (come se fosse una questione di numeri).
Altri fanno le solite litanie sulle circostanze in cui maturò il cieco odio dei carnefici (reazione alla dura occupazione nazi-fascista).
Fortunatamente però devo ammettere che si sono fatti notevoli passi in avanti perché sono lontani i giorni in cui a farla da padrone a sinistra erano coloro che definivano tout-court questi episodi come vere e proprie “credenze”.
Dunque io voglio ricordare il dramma di tanti Italiani che furono trucidati o che dovettero abbandonare i luoghi natii per motivi politici ed ideologici, che furono sacrificati prima e anche dopo da esigenze di politica internazionale e ai quali per molti anni fu anche negata la dignità di vittime perché a qualcuno riusciva ancora il becero giochetto di etichettarli come carnefici.
Tuttavia voglio andare oltre.
Voglio anche ricordare quei tanti comunisti d’Italia che, nella spietata repressione che fu messa ferocemente in atto dai partigiani titini sull’altra sponda dell’Adriatico, prima operarono come carnefici al fianco dei partigiani comunisti jugoslavi e poi si ritrovarono dalla parte delle vittime quando, a causa dello strappo tra Stalin e Tito, provarono sulla loro pelle i brutali metodi repressivi e i campi di concentramento del socialismo reale jugoslavo.
Anche loro meritano di essere ricordati.
E per un giorno, sulle loro azioni, cali l’oblio.
Francesco.



